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Opposizione o appello avverso la prima pronuncia sul recesso avente forma di sentenza?

Nota a sentenza pubblicata su Il Lavoro nella giurisprudenza n. 1/2018 pagg. 46 e ss.

 

Cassazione Civile, Sez. lav., 27 giugno 2017, n. 15976 – Pres. Nobile, Rel. Bronzini – P.V. S.R.L. c. B.C.

Controversie del lavoro – Rito per l’impugnazione dei licenziamenti ex art. 1, commi 47 ss., L. n. 92/2012 – Pronuncia emessa ex art. 1, comma 49 l. 92/2012 avente veste formale di sentenza – Può averne anche la funzione sostanziale se ha “contenuto decisorio a conclusione di una fase istruttoria a cognizione piena” – Unificazione, di fatto operata dal Giudice, delle due fasi del rito Fornero – È diritto vivente che la cognizione di entrambe sia devoluta ad un unico magistrato – Applicazione del principio della prevalenza della sostanza sulla forma – Non contrasta con il principio della apparenza – Per l’effetto, l’impugnazione va proposta avanti alla Corte di Appello e non con opposizione rivolta allo stesso Tribunale

(Legge n. 92 del 2012, art. 1, commi 47 e ss.; c.p.c. artt. 51, 339 e 433)

Il provvedimento ex art. 1, comma 49, L. n. 92/2012 che, definendo un procedimento di fatto svoltosi in un’unica fase avanti al Tribunale, sia stato espressamente qualificato come sentenza e “ne possieda gli elementi sostanziali qualificativi, decidendo totalmente il merito delle questioni” all’esito di una “fase istruttoria a cognizione piena”, va impugnato avanti alla Corte di Appello.
A ciò inducono sia il principio di prevalenza della sostanza sulla forma, notoriamente applicabile ai fini della valutazione dell’impugnabilità dei provvedimenti giurisdizionali, sia la conclusione, costituente diritto vivente, in base alla quale entrambe le fasi del primo grado del rito Fornero possono svolgersi avanti al medesimo magistrato, sia l’applicazione del principio della cd. apparenza, considerata la qualificazione della pronuncia come sentenza (massima non ufficiale).

ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI
Conforme Cass., Sez. lav., 31 marzo 2017, n. 8467; Cass., Sez. lav., 13 dicembre 2016, n. 25553; Cass., Sez. lav., 22 ottobre 2015, n. 21520.
Difforme Non constano pronunce di legittimità difformi.

La Corte (omissis).

Fatti di causa

  1. Con sentenza del 14 maggio 2015 la Corte di appello di L’Aquila dichiarava inammissibile l’appello proposto avverso il provvedimento emesso dal Tribunale di Teramo in funzione di Giudice del lavoro. La Corte territoriale ricordava che la società P.V. srl aveva proposto appello avverso la sentenza n. 1063 del 2014 che, in accoglimento del ricorso proposto da B.C., aveva annullato il recesso intimato a quest’ultima. Ora il procedimento era stato promosso ex legge n. 92/2012 e il provvedimento emesso dal Tribunale, pur definito come una sentenza, in realtà aveva la natura di ordinanza e che non era stato opposto nei termini previsti dalle cosiddetta legge Fornero che costituiva il rimedio tipico per l’impugnazione del provvedimento, con conseguente inammissibilità dell’appello anche per ragioni di ordine sistematico.
  2. Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la società con tre motivi; resiste controparte con controricorso.

Ragioni della decisione

  1. Con il primo motivo si allega la violazione dell’art. 1 comma 51 ss. L. n. 92/0212 in relazione agli artt. 433 ss. cod. civ. proc. Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione al n. 3 360 cod. civ. proc. La disciplina dell’art. 1 L. n. 92/2012 commi 58 e ss. deve essere necessariamente integrata dalle norme sull’appello.
  2. Con il secondo motivo si allega la falsa applicazione dell’art. 1 comma 51 L. n. 92/2012 anche in relazione all’art. 111 Cost. Violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 360 n. 3 cod. civ. proc. Il comma 51 dice che si “può” proporre opposizione e la legge, ove vuole stabilire che un’ordinanza non sia impugnabile con atto di appello, lo dice in genere espressamente.
  3. Con il terzo motivo si allega la violazione dell’art. 1 comma 51 e ss. in relazione agli artt. 3, 24, 25 e 11 Cost. Violazione dell’art. 100 cod. civ. proc. Error in procedendo. La seconda fase dell’opposizione è meramente eventuale ed ha la funzione di integrare un’istruttoria che si riveli carente; nel caso di specie l’istruttoria era stata espletata e tale fase non appariva di certo necessaria. Difettava un interesse ad agire.
  4. I tre motivi devono essere esaminati congiuntamente in quanto con essi si contesta l’interpretazione offerta dalla Corte di appello in ordine alla necessità di un preventiva opposizione al provvedimento emesso dal Tribunale per poter proporre appello (nel cosiddetto Rito Fornero) e risultano fondati. Il Collegio richiama quanto osservato in una recente sentenza di questa Corte (Cass. n. 8467/2017) in una fattispecie del tutto analoga che si condividono e cui si intende dare continuità “Va condiviso il principio di diritto invocato dal ricorrente a fondamento della critica formulata – risalente nella giurisprudenza di questa Corte, e che va qui ribadito – secondo cui al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, occorre aver riguardo, non già alla forma adottata, ma al suo contenuto, alla stregua del cosiddetto principio di prevalenza della sostanza sulla forma (vedi ex plurimis, Cass. S.U. 24 febbraio 2005, n. 3816, Cass. 7 aprile 2006, n. 8174, Cass. S.U. 11 dicembre 2007, n. 25837, Cass. 19 dicembre 2014, n. 21217). Ed infatti secondo i numerosi dicta di questa Corte, ai fini della corretta identificazione del mezzo di impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale, laddove la forma adottata diverga rispetto a quella prescritta dal legislatore, non rivestono rilievo preminente le caratteristiche formali del provvedimento giurisdizionale, bensì il suo contenuto sostanziale, trattandosi di sentenza ogni qualvolta il giudicante nell’esercizio del suo potere giurisdizionale, definisca – come nel caso scrutinato – la controversia con i caratteri della decisività e definitività (cfr. ex plurimis oltre le sentenza già richiamate, più di recente Cass. 6 luglio 2015, n. 13923, ord.; e da ultimo Cass. 12 luglio 2016, n. 14222, che evidenzia anche come il provvedimento che abbia natura di sentenza e sia impropriamente denominato ‘ordinanza’ è affetto da errore materiale ma non è nullo quale sentenza, attesi i principi di prevalenza della sostanza sulla forma e la tassatività delle nullità). Orbene la Corte distrettuale, pur muovendo da tale corretto principio, non è pervenuta a conclusioni coerenti con esso laddove ha argomentato che il provvedimento, ai sensi dell’art. 1, comma 49, l. 92 del 2012, era da ritenersi ordinanza emessa all’esito della fase sommaria di cognizione. L’assunto appare apodittico e non sorretto da adeguata ricognizione dei dati che concorrono a definire il profilo contenutistico del provvedimento scrutinato. Tale provvedimento, nello specifico, non solo reca la veste formale di sentenza, ma ne possiede anche gli elementi sostanziali qualificativi, decidendo totalmente il merito delle questioni ad essa devolute, all’esito di una cognizione che non si configura come sommaria, e che non consente quindi di conferire ad essa natura di una ordinanza, quale quella ex art. 1, comma 50, l. 92 del 2012, pur potenzialmente idonea ad acquistare una stabilità decisoria. Il primo giudice, nel pervenire alla reiezione delle domande attoree, ha infatti esplicato un’ampia ed articolata motivazione con la quale, dopo aver argomentato in ordine alla intervenuta decadenza del lavoratore dalla impugnazione del licenziamento, è addivenuto anche alla reiezione nel merito della pretesa, procedendo alla analitica disamina delle deposizioni testimoniali raccolte ed interpretate non ai fini della elaborazione di un giudizio probabilistico di verosimiglianza, ma di un giudizio di approfondita ricognizione del materiale probatorio raccolto che si sostanzia in un procedimento a cognizione piena. La circostanza che, nello specifico, il giudicante abbia inteso rendere una pronuncia avente contenuto decisorio a conclusione di una fase istruttoria a cognizione piena, e non sommaria come prospettato dalla Corte di merito, è, del resto, fatta palese dall’iter procedimentale seguito dal giudice adito il quale, escussi i testimoni addotti, ha concesso alle parti termine per note difensive sino all’udienza di discussione (in coerenza coi dettami di cui al comma 57 dell’art. 1 l. 92 del 2012 che disciplina, per l’appunto, la fase di cognizione piena del cd. rito Fornero). Del resto, il fatto che la fase sommaria e la fase di cognizione piena previste dalla legge citata costituiscano un unico giudizio la cui cognizione è devoluta anche ad un unico magistrato che ha la possibilità di conoscerle entrambe, è dato acquisito dalla giurisprudenza di questa Corte (vedi Cass. 17 febbraio 2015, n. 3136 cui adde Cass. 3 marzo 2016, n. 4223), e confermato anche dal Giudice delle Leggi che, con ordinanza 20 maggio 2015, n. 78, dopo avere richiamato la giurisprudenza di legittimità ‘in termini di diritto vivente’, ha evidenziato come ‘il fatto che entrambe le fasi di detto unico grado del giudizio possano essere svolte dal medesimo magistrato non confligge con il principio di terzietà del giudice e si rivela, invece, funzionale all’attuazione del principio del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata’. Sotto tale aspetto, va rimarcato come la soluzione della questione delibata nei termini descritti, sia coerente con i principi ispiratori del disegno riformatore di cui alla legge n. 92 del 2012, volto alla riduzione dei tempi necessari alle decisioni sulla legittimità dei licenziamenti; non vulneri il diritto delle parti costituzionalmente protetto, all’esercizio del diritto di difesa, che rinviene tutela a mezzo di una attività istruttoria svolta con cognizione piena e non meramente sommaria; non alteri la distribuzione degli affari fra gli uffici giudiziari, essendo comunque rispettate le regole in tema di competenza per materia e per territorio. Né i descritti approdi, appaiono in contrasto con il principio della cd. apparenza, pure invocato dalla società controricorrente e richiamato dalla Corte distrettuale a sostegno del decisum, giacché l’impugnazione della pronuncia, avente veste formale di sentenza, oltre che sostanziale, per quanto sinora detto, non si pone in discontinuità con il rispetto della procedura del rito cd. Fornero, di guisa che l’impugnazione innanzi alla Corte d’Appello va qualificata quale corretto rimedio avverso la pronuncia emessa in primo grado. Conclusione questa che appare consona – nella linea di quanto statuito dal giudice delle leggi e nel rispetto del principio della ragionevole durata del processo – alle fattispecie quali quella in esame, in cui attraverso una unificazione delle due fasi del giudizio di primo grado del cd.rito Fornero il giudice sia pervenuto – nel rispetto del diritto del contraddittorio e della difesa delle parti ad una cognizione piena ed approfondita della intera controversia, definita con pronuncia avente la forma ed il contenuto della sentenza”.
  5. Ora anche nella fattispecie in esame il provvedimento in questione è stato denominato come “sentenza” e ne possiede concretamente gli elementi sostanziali essendo stato emesso sulla base di un’istruttoria ed offrendo una chiara decisione di merito assunta in base alla detta istruttoria: dovendosi, quindi, applicare i corretti principi prima elencati cui questa Corte non ritiene di aggiungere altri elementi si deve, pertanto accogliere il ricorso e cassare la sentenza impugnata con rinvio, anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di L’Aquila in diversa composizione.

(omissis).

IL COMMENTO

di Filippo Maria Giorgi

L’Autore prende le mosse dalla disamina della sentenza della Sezione Lavoro della Suprema Corte sopra riprodotta, per evidenziare che, di fronte alle fattispecie riguardate dalla pronuncia in commento (trattazione in primo grado del giudizio di impugnazione del licenziamento con modalità unifasica), l’applicazione di principi processuali del tutto consolidati, sia in dottrina che in giurisprudenza, in tema di appello, quali il principio della c.d. apparenza o quello della ultrattività del rito, appare sicuramente idonea all’individuazione del giudice ad quem, ma non elimina ogni incertezza ai fini dell’identificazione del termine entro il quale l’impugnazione va proposta.

Il caso

Per quanto può desumersi dalla sentenza in commento, all’esito di un ricorso ex art. 1, comma 48, L. n. 92/2012, cui aveva fatto seguito “un’istruttoria” ed una “decisione di merito assunta in base a detta istruttoria”, il Tribunale di Teramo -Giudice del Lavoro emetteva un provvedimento di annullamento del licenziamento impugnato, che qualificava come sentenza e non come ordinanza.

Il datore di lavoro impugnava detta pronuncia avanti alla Corte d’Appello – Sez. Lavoro de L’Aquila, la quale dichiarava il gravame inammissibile, ritenendo che il provvedimento dovesse essere semmai opposto ex art. 1, comma 51, L. n. 92/2012 avanti allo stesso Tribunale che lo aveva emesso.

A seguito di ricorso per cassazione del datore di lavoro, la Sezione Lavoro della S.C. ha annullato con rinvio la pronuncia della Corte territoriale, riproducendo la motivazione di altra propria sentenza (la n. 8467 del 31 marzo 2017), emessa “in fattispecie del tutto analoga”, con la quale aveva ritenuto che il provvedimento ex art. 1, comma 49, L. n. 92/2012 il quale, definendo un procedimento di fatto svoltosi in un’unica fase avanti al giudice di primo grado, sia stato espressamente qualificato come sentenza e “ne possieda gli elementi sostanziali qualificativi, decidendo totalmente il merito delle questioni” all’esito di una “fase istruttoria a cognizione piena”, deve essere impugnato avanti alla Corte d’Appello.

Le ragioni poste a fondamento della pronuncia in commento

Tale conclusione sarebbe imposta, innanzi tutto, dall’applicazione del principio di prevalenza della sostanza sulla forma, notoriamente applicabile ai fini della valutazione dell’impugnabilità dei provvedimenti giurisdizionali, principio alla stregua del quale va qualificato come sentenza, e non come ordinanza, il provvedimento con il quale “il giudicante, nell’esercizio del suo potere giurisdizionale, definisca – come nel caso scrutinato – la controversia con i caratteri della decisività e definitività”; a diversa conclusione non potrebbe pervenirsi per il solo fatto che il provvedimento che il giudice del lavoro emette al termine della fase sommaria del rito Fornero sia definito dall’art. 1, comma 49, L n. 92/2012 come ordinanza; nella fattispecie, infatti, non solo esso aveva “la veste formale di sentenza”, ma ne possedeva anche “gli elementi qualificativi”, atteso che il giudice aveva deciso “totalmente il merito delle questioni … devolute”, aveva “esplicato un’ampia e articolata motivazione … procedendo alla analitica disamina delle deposizioni testimoniali raccolte ed interpretate, non ai fini della elaborazione di un giudizio probabilistico di verosimiglianza, ma di un giudizio di approfondita ricognizione del materiale probatorio raccolto, che si sostanzia in un procedimento a cognizione piena” ed aveva “concesso alle parti termine per note difensive sino all’udienza di discussione (in coerenza coi dettami di cui al comma 57 dell’art. 1 l. 92 del 2012 che disciplina … la fase di cognizione piena del cd rito Fornero)”.

L’opzione adottata non colliderebbe neppure con il “principio della cd apparenza”, considerata la qualificazione di sentenza attribuita al provvedimento impugnato dal primo giudice. Inoltre, l’unitarietà del procedimento, anche quando concretamente distinto nelle due fasi, “la cui cognizione” ben può essere “devoluta anche ad un unico magistrato”, costituisce ormai “diritto vivente”[1].

Il Giudice di legittimità ha concluso, infine, osservando che la previsione, di cui all’art. 1, comma 51, della impugnabilità avanti alla Corte d’Appello della pronuncia conclusiva del primo grado, deve ritenersi il “corretto rimedio” applicabile anche “alle fattispecie, quale quella in esame, in cui, attraverso una unificazione delle due fasi del giudizio di primo grado del c.d. rito Fornero, il giudice sia pervenuto – nel rispetto del diritto del contraddittorio e della difesa delle parti – ad una cognizione piena ed approfondita della intera controversia, definita con pronuncia avente la forma ed il contenuto della sentenza”.

La problematicità del riferimento al principio di prevalenza della sostanza sulla forma

L’opzione accolta dalla pronuncia di legittimità in commento appare sicuramente condivisibile, apparendo l’unica idonea ad evitare gravi incertezze in ordine all’individuazione dei rimedi impugnatori esperibili, in presenza di giudizi di primo grado che non appaiano rispettare lo schema bifasico dettato dalla (notoriamente scarna e lacunosa) disciplina di cui alla legge n. 92 del 2012 (della cui inopportunità non si può fare a meno di continuare a dolersi fin tanto che non intervenga finalmente la sua abrogazione).

A qualche perplessità induce, tuttavia, il riferimento al principio di prevalenza della sostanza sulla forma[2], ove solo si consideri che anche il procedimento della fase di opposizione, benché l’istruttoria non sia limitata agli atti “indispensabili”, bensì estesa a quelli “ammissibili e rilevanti”, è parzialmente deformalizzato[3] e che, anche in questa fase, le uniche domande proponibili (fermo ovviamente il potere-dovere del giudice di pronunciarsi su ogni antecedente logico necessario) sono quelle aventi ad oggetto l’impugnativa del licenziamento nelle ipotesi regolate dall’art. 18 S.L. o quelle “fondate sugli identici fatti costitutivi”. Inoltre, è fisiologico che l’ordinanza ex art. 1, comma 48 della legge n. 92/2012 abbia natura decisoria, tanto da poter acquisire, ove non opposta, efficacia di giudicato e da poter avere ad oggetto anche provvedimenti che definiscano in rito la controversia[4]. Di qui l’incertezza che può contraddistinguere la ricerca delle differenze, sul piano “sostanziale”, di contenuto decisorio tra un provvedimento emesso all’esito di una prima fase realmente sommaria e quello che concluda un procedimento che si assuma connotato da cognizione piena, considerata la possibile identità di effetti giuridici dei due provvedimenti, allorquando siano divenuti definitivi.

Con riferimento alla fattispecie presa in esame dalla pronuncia, è, peraltro, evidente, che, considerato che il primo provvedimento è stato definito dal giudice che lo ha emesso come sentenza, mentre il rito prevede che, all’esito di una prima fase, esso dovesse assumere le forme dell’ordinanza, l’applicazione del principio di prevalenza della sostanza sulla forma avrebbe semmai dovuto indurre a dubitare della qualificazione attribuita.

L’applicabilità del principio della cd apparenza e di quello di ultrattività del rito

È indubbia, invece, la piena riconducibilità della fattispecie e della soluzione offerta all’applicazione del criterio della cd apparenza[5] e di quella specificazione dello stesso che è ritenuto essere il principio di ultrattività del rito.

Come è noto, le Sezioni Unite della S.C. hanno ripetutamente affermato che “lo stato della giurisprudenza di legittimità può considerarsi ormai solidamente attestato sul principio della c.d. ‘apparenza’, che, ponendosi quale temperamento di quello, anche consolidato, della ‘prevalenza della sostanza sulla forma’ è stato espresso … nei seguenti termini: è ben vero che, al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, occorre avere riguardo non già alla forma adottata, ma al suo contenuto (principio di prevalenza della sostanza sulla forma), cosicché il provvedimento – impropriamente qualificato ordinanza – con cui il giudice affermi o neghi (decidendo la relativa questione senza definire il giudizio) la propria giurisdizione, ha natura di sentenza non definitiva ai sensi dell’art. 279 c.p.c., comma 2, n. 4. E tuttavia, il rilievo attribuito alla sostanza trova temperamento nel principio secondo il quale l’individuazione del mezzo d’impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale va fatta in base alla qualificazione data dal giudice con il provvedimento impugnato all’azione proposta, alla controversia e alla decisione, a prescindere dalla sua esattezza”[6].

La Corte ha, tuttavia, precisato che l’applicazione di detto principio “comporta necessariamente un’indagine sugli atti, al fine di accertare se l’adozione da parte del giudice di merito di quella determinata forma del provvedimento decisorio sia stata o meno il risultato di una consapevole scelta, ancorché non esplicitata con motivazione ad hoc: ed in quest’ultimo caso, decisiva rilevanza va attribuita alle concrete modalità con le quali si è svolto il procedimento”[7].

Ciò introduce all’ovvio rilievo che, in realtà, nella fattispecie presa in esame dalla pronuncia commentata, il conclusivo pronunciamento del Primo Giudice con sentenza, anziché con ordinanza, a definizione di un procedimento che si sia svolto in un’unica fase, con cognizione piena e non sommaria, all’esito, quindi, di un’istruttoria completa e non deformalizzata, né limitata agli “atti indispensabili”, con accertamento dichiaratamente pieno e non meramente delibativo del diritto, sembra essere semplicemente la conseguenza di un errore nel rito, avendo il giudice ritenuto di applicare l’ordinario procedimento lavoristico, anziché quel rito speciale, riservato alle domande di impugnazione del licenziamento ex art. 18 S.L., che, in una prima fase del primo grado, limita la cognizione del giudice ad una valutazione sommaria e probabilistica delle pretese delle parti.

A questa ipotesi va, d’altronde, ricondotto anche il caso nel quale le parti, nei rispettivi atti introduttivi, abbiano fatto esatto riferimento al rito speciale, atteso che la concreta applicazione del rito, non essendo disponibile per volontà dei litiganti, è sempre riconducibile ad una decisione del giudice, sia essa esclusiva o meno.

Se tale rilievo è esatto, non può che derivarne che la affermazione della necessità che l’impugnazione del provvedimento conclusivo di siffatto procedimento erroneamente attuato in modalità unifasica, sostanzialmente corrispondente all’ordinario rito lavoristico, debba essere proposta avanti alla Corte di Appello e non avanti allo stesso giudice di primo grado, è la necessaria conseguenza del principio di ultrattività del rito.

Alla stregua di tale principio – notoriamente ritenuto un’ulteriore esplicazione del principio dell’apparenza – la giurisprudenza di legittimità afferma che il giudizio di impugnazione deve essere introdotto seguendo il rito adottato nel primo grado, il solo giudice dell’impugnazione, e non anche le parti, avendo il potere di disporre il mutamento del rito[8].

In analoga fattispecie, di tale principio, la Sezione Lavoro della Suprema Corte ha già fatto applicazione (con la sentenza n. 25553 del 13 dicembre 2016), confermando una pronuncia di secondo grado (simmetrica rispetto a quella annullata dalla sentenza in commento) che aveva ritenuto legittimamente proposto l’appello avverso una sentenza dichiaratamente emessa dal Tribunale all’esito di un procedimento svoltosi con il rito ordinario lavoristico con la motivazione che tale scelta non aveva inciso “sulla celerità posta a fondamento della legge n. 92 del 2012”; in detta occasione, la Corte di Cassazione ha richiamato la “massima, più volte enunciata dalle Sezioni Unite … secondo cui l’individuazione del mezzo d’impugnazione esperibile contro un provvedimento giurisdizionale va effettuata in base alla qualificazione giuridica del rapporto controverso adottata dal giudice nel provvedimento stesso, a prescindere dalla sua esattezza. Massima non contraddetta da successive pronunce a Sezioni semplici, le quali, in tema di impugnazioni, alla luce del principio di ultrattività del rito, hanno ribadito che la proposizione dell’appello deve conformarsi alle forme del rito seguito in primo grado”[9] .

Qualificabilità del secondo grado: reclamo o appello?

Una questione non affrontata nella pronuncia in commento riguarda la qualificabilità dell’impugnazione proposta avverso il provvedimento emesso dal Giudice di primo grado all’esito di un procedimento (di fatto) svoltosi con modalità monofasiche, come giudizio di appello, a sensi dell’art. 433 c.p.c., ovvero come “reclamo” per gli effetti di cui all’art. 1, comma 58, L. n. 92 del 2012.

La questione potrebbe, a prima vista, apparire di rilevanza meramente terminologica, se si considera che, con svariate pronunce, la Sezione Lavoro della Corte di cassazione “ha ripetutamente affermato che i requisiti del reclamo, di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 58 devono essere modulati in sostanziale conformità con quelli del ricorso in appello”[10], in considerazione del fatto che “nulla … è detto nella normativa di riferimento per il contenuto dell’atto introduttivo del giudizio di secondo grado introdotto dal reclamo e quindi vi è necessità di integrazione della disciplina pur speciale dettata dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 58 e 61”[11].

Ciò non vale, tuttavia, per l’individuazione del termine entro il quale l’impugnazione può essere efficacemente proposta, atteso che l’art. 1, comma 58, L. n. 92 del 2012, ai fini del reclamo, prevede un termine breve di “trenta giorni dalla comunicazione” della sentenza da parte della cancelleria “o dalla notificazione, se anteriore”, mentre l’art. 434, comma 2, c.p.c., prevede che “il ricorso deve essere depositato … entro trenta giorni dalla notificazione della sentenza, oppure entro quaranta giorni nel caso in cui la notificazione abbia dovuto effettuarsi all’estero” (a nulla, quindi, rilevando, ai fini del decorso del termine breve, l’eventuale comunicazione).

In presenza, quindi, dell’esecuzione di questo adempimento da parte della Cancelleria o di notificazione da eseguire all’estero, diventa rilevante stabilire come debba qualificarsi l’impugnazione avverso il provvedimento che decida un procedimento di primo grado (di fatto) svoltosi con modalità monofasiche.

Come detto, la questione non appare affrontata nella pronuncia in commento, in quanto non rilevante ai fini del decidere (non essendo controversa la tempestività del ricorso alla Corte d’Appello)[12].

È evidente che, nelle fattispecie in questione, se si ritiene che il rito concretamente applicato al primo grado del giudizio sia stato quello ordinario lavoristico, l’applicazione del principio di ultrattività del rito non può che determinare la sussumibilità anche del gravame avverso siffatte pronunce unifasiche nella disciplina di cui al titolo quarto c.p.c., con conseguente operatività dei termini di cui all’art. 434 c.p.c., anziché di quelli di cui all’art. 1, comma 58, L. n. 92 del 2012.

In questo senso si è espressa anche la Sezione Lavoro della Corte di cassazione, nella già citata sentenza n. 25553 del 13 dicembre 2016, in una fattispecie nella quale, non a caso, è stato ritenuto necessario valorizzare il fatto “che il Tribunale aveva dato atto che ‘la presente controversia, pur rientrando nell’alveo applicativo della L. n. 92 del 2012 (cd Riforma Fornero), tuttavia è stata trattata secondo il rito ordinario del lavoro, nulla opponendo le parti’”[13].

La contrapposta conclusione (che attribuisce rilevanza al decorso del termine di trenta giorni dalla comunicazione) imporrebbe di ipotizzare che, al procedimento di primo grado (fattualmente) monofasico, possa trovare applicazione la sola quota parte della disciplina della L. n. 92/2012 relativa alla fase di opposizione, nonostante la natura bifasica del procedimento speciale, così come disciplinato dal legislatore.

Per quanto, come detto, la pronuncia in commento non si esprima con chiarezza a questo riguardo, può indurre a ritenere che la Corte si orientasse in tal senso il rilievo secondo il quale “l’impugnazione della pronuncia, avente veste formale di sentenza, oltre che sostanziale … non si pone in discontinuità con il rispetto della procedura del rito cd. Fornero, di guisa che l’impugnazione innanzi alla Corte d’Appello va qualificata come corretto rimedio avverso la pronuncia emessa in primo grado. Conclusione questa che appare consona … alle fattispecie, quali quella in esame, in cui, attraverso una unificazione delle due fasi del giudizio di primo grado del cd rito Fornero, il giudice sia pervenuto – nel rispetto del diritto al contraddittorio e della difesa delle parti – ad una cognizione piena ed approfondita della intera controversia, definita con pronuncia avente la forma ed il contenuto della sentenza”[14].

Tali statuizioni sembrano riecheggiare quella nota opinione dottrinaria che ha ipotizzato la “possibilità per le parti di saltare, consensualmente, la fase sommaria”, “ferma l’applicazione di tutta la parte della disciplina del nuovo rito relativa al giudizio di opposizione, a quello di reclamo e a quello di cassazione”, senza, quindi, “alcuna deroga al generale principio di indisponibilità del rito per le parti”[15].

Non si può, tuttavia, fare a meno di ricordare che la tematica della obbligatorietà del rito, come pure quella della necessità della sua articolazione bifasica, sebbene abbia visto qualche contrasto in dottrina, è sinora rimasta incontroversa nella giurisprudenza di legittimità che, anzi, a partire da Cass., SS.UU., 18 settembre 2014, n. 19674, ha fondato proprio su tale ricostruzione dello schema processuale la premessa per escludere l’operatività, nella fase di opposizione, dell’art. 51, comma 1, n. 4, c.p.c.

[1] Il riferimento operato dalla sentenza è a quell’orientamento giurisprudenziale di legittimità che ha qualificato il primo grado del rito Fornero come un procedimento bifasico nel quale “la fase di opposizione – non costituendo una revisio prioris istantiae della fase precedente, ma solo una prosecuzione del giudizio di primo grado – non postula l’obbligo di astensione (del giudice che abbia pronunciato l’ordinanza opposta), previsto dall’art. 51, primo comma, n. 4, cpc” (così Cass., SS.UU., 18 settembre 2014, n. 19674, in questa Rivista, 2015, 269 ss.; id.: Cass., Sez. lav., 17 febbraio 2015, n. 3136; Cass., Sez. lav., 16 aprile 2015, n. 7782). Come è noto, tale orientamento è stato convalidato anche dalla Consulta con la sentenza n. 78 del 13 maggio 2015, nonché con successiva ordinanza di manifesta infondatezza n. 72 del 5 aprile 2016. Per una critica a questo orientamento ed al primo pronunciamento della Consulta, che non sembra aver correttamente qualificato i citati precedenti di legittimità come “diritto vivente”, considerata la natura meramente tralaticia della statuizione relativa all’inapplicabilità del citato art. 51 c.p.c., il contrasto con gli arresti relativi alla analoga fattispecie riguardante l’opposizione al decreto ex art. 28 S.L. e la pressoché totale assenza di un adeguato approfondimento delle ragioni addotte a giustificazione della esclusione della incidenza della “forza della prevenzione”, si veda, se si vuole, il commento di questo Autore in questa Rivista, 2015, 789 ss.

[2] Come è noto, si fa ricorso al criterio della prevalenza della sostanza sulla forma al fine di accertare se ad un provvedimento possa essere ascritta natura di sentenza o di ordinanza e se, quindi, sia o meno soggetto ad impugnazione; a questo fine, la giurisprudenza notoriamente rileva che occorre avere riguardo al contenuto sostanziale del provvedimento e non anche alla sua forma esteriore o alla denominazione che al medesimo sia stata attribuita dal giudice che lo ha emesso. La verifica che, per lo più, si effettua a questo fine, è, quindi, quella relativa alla natura meramente ordinatoria o, viceversa, decisoria, del provvedimento, id est agli effetti giuridici che il provvedimento è destinato a produrre; di talché si è in presenza di un’ordinanza, quando il provvedimento dispone circa il contenuto formale delle attività consentite alle parti, mentre si è innanzi ad una sentenza, quando il giudice, nell’esercizio del suo potere giurisdizionale, si pronuncia, in via definitiva o non definitiva, sul merito della controversia e su presupposti e condizioni processuali. In questi termini si vedano, tra le innumerevoli, Cass., Sez. lav., 8 luglio 1988, n. 4520; Cass., SS.UU., 24 febbraio 2005 n. 3816; Cass., SS.UU., 9 giugno 2004, n. 10946; Cass., Sez. II, 27 luglio 2006, n. 17098.

[3] L’art. 1, comma 57, L. n. 92 del 2012 prevede, in perfetta corrispondenza con quanto disposto al comma 49 a proposito della prima fase, che, “all’udienza, il Giudice, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno”.

[4] In questo senso, v. Cass., SS.UU., 31 luglio 2014, n. 17443.

[5] Sempre in applicazione del principio di apparenza, con sent. 22 ottobre 2015, n. 21520, la Sezione Lavoro della Suprema Corte, senza entrare nel merito delle censure, ha ritenuto infondata l’impugnazione proposta avverso una sentenza di secondo grado che aveva ritenuto inammissibile il reclamo avverso l’ordinanza emessa dal giudice di primo grado, impugnazione proposta sulla base dell’assunto dell’inapplicabilità del rito Fornero al licenziamento di un impiegato pubblico.

[6] Così Cass., SS.UU., 11 gennaio 2011, n. 390; nella fattispecie decisa da questa pronuncia, con qualche analogia rispetto alla fattispecie di cui alla pronuncia in commento, le Sezioni Unite hanno annullato con rinvio una pronuncia della Corte d’Appello di Roma, che aveva ritenuto un provvedimento di rigetto dell’opposizione avverso un decreto ingiuntivo relativo a compensi professionali forensi, riconducibile alla previsione di cui agli artt. 29 e 30 della L. n. 794/1942 (che assoggettava al rito camerale anche le opposizioni a decreto ingiuntivo per prestazioni professionali giudiziali forensi), sicché, pur essendo stato emesso in forma di sentenza, esso avrebbe integrato una sostanziale ordinanza, sottratta all’appello ed impugnabile soltanto con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. Come detto, le Sezioni Unite hanno cassato la pronuncia della Corte Territoriale, in applicazione del principio c.d. di “apparenza ed affidabilità”, rilevandone la idoneità ad assolvere all’“esigenza di certezza e di affidamento per la parte interessata in ordine alla scelta di determinati mezzi processuali di gravame, … esigenza soddisfatta, anzitutto, escludendo che detta parte possa comunque, a sua discrezione, seguire l’una o l’altra via di impugnazione, e, quindi, privilegiando l’attribuzione di valore determinante alla qualificazione data dal giudice al provvedimento suscettibile di impugnazione, con la conseguenza di eliminare, nello stesso interesse della parte, le incertezze alle quali l’opinabilità del giudizio circa la reale natura dell’atto darebbe inevitabilmente luogo”. La Corte ha richiamato a conforto sia precedenti delle stesse Sezioni Unite (23 marzo 1999, n. 182; 16 aprile 2007, n. 8949), sia diverse pronunce sezionali (Cass., Sez. III, 14 dicembre 2007, n. 26294; Cass., Sez. lav., 13 agosto 2004, n. 15783; Cass., Sez. III, 26 aprile 2010, n. 9923; Cass., Sez. III, 7 ottobre 2010, n. 20811). Cfr. anche Cass., Sez. VI, 11 giugno 2015, n. 12142.

[7] Nella fattispecie decisa dalle Sezioni Unite cui si fa riferimento nel testo e nella precedente nota, la Corte ha valorizzato il fatto “che il giudizio, nel suo lunghissimo iter (pur nel contesto di una controversia esclusivamente documentale), fu trattato nelle forme di un ordinario procedimento contenzioso civile, con totale acquiescenza delle parti (segnatamente del professionista opposto, che era il più interessato ad un’eventuale incanalamento nel rito speciale), senza il compimento, da parte dei vari magistrati avvicendatisi quali istruttori, del tentativo di conciliazione preceduto dall’audizione personale delle parti, previsto dalla L. n. 79 del 1942, art. 29, approdando, dopo numerosi rinvii, su richiesta di parte o disposti di ufficio, variamente motivati e secondo consuete prassi del tutto incompatibili con la concentrazione e semplicità di forme caratterizzanti i procedimenti camerali, ad una udienza di precisazione delle conclusioni, cui fece seguito quella di assunzione in decisione della causa. Tali modalità di gestione del processo, coerentemente alle quali la decisione fu assunta in forma di sentenza, devono dunque ritenersi sintomatiche di una implicita, ma inequivoca, opzione per il rito ordinario, in considerazione della quale, esatta o meno che sia stata tale scelta, il provvedimento decisorio va considerato, ai fini dell’impugnabilità, un’ordinaria sentenza, come tale appellabile secondo le regole generali”.

[8] V. Cass., SS.UU., 31 luglio 2008, n. 20749: “Ove una controversia sia stata, anche se erroneamente, trattata in primo grado con il rito ordinario, anziché con quello speciale del lavoro, le forme del rito ordinario debbono essere seguite anche per la proposizione dell’appello, che, dunque, va proposto con citazione ad udienza fissa. Se, invece, la controversia sia stata trattata con il rito del lavoro anziché con quello ordinario, la proposizione dell’appello segue le forme della cognizione speciale. Ciò, in ossequio al principio della ultrattività del rito, che – quale specificazione del più generale principio per cui l’individuazione del mezzo di impugnazione esperibile deve avvenire in base al principio dell’apparenza, cioè con riguardo esclusivo alla qualificazione, anche implicita, dell’azione e del provvedimento compiuta dal giudice – trova specifico fondamento nel fatto che il mutamento del rito con cui il processo è erroneamente iniziato compete esclusivamente al giudice (Cass. 14/01/2005, n. 682). Poiché il rito, in senso ampio, attiene non solo alla fase procedimentale durante lo specifico grado, ma anche alla fase successiva dell’impugnazione, ritenere che il soggetto soccombente possa adottare in questa seconda fase una forma ed una modalità di impugnazione diverse da quelle impostegli dal rito, con cui è stata emessa la sentenza, significa attribuire al soggetto impugnante una facoltà di mutamento, che invece compete esclusivamente al giudice dell’impugnazione (art. 439 c.p.c.). È quindi solo il giudice dell’impugnazione, anche a garanzia delle controparti, che ha il potere di rettificazione del rito, con la possibilità del passaggio al rito speciale o viceversa (cfr. Cass. n. 1313/1979).”.

In tal senso, tra le innumerevoli, si vedano anche: Cass., Sez. lav., 13 dicembre 2016, n. 25553; Cass., Sez. III, 30 settembre 2016, n. 19388; Cass., Sez. III, 22 gennaio 2015, n. 1148; Cass., Sez. III, 11 luglio 2014, n. 15897.

[9] Non appare in contrasto con l’applicazione dei principi cui si fa riferimento nel testo quell’ulteriore precedente della Sezione Lavoro della S.C. (30 settembre 2016, n. 19552) che ha confermato la sentenza di una Corte Territoriale, la quale aveva ritenuto “inammissibile il reclamo proposto dal lavoratore avverso l’ordinanza, anche se in rito, emessa dal giudice di primo grado in esito alla fase sommaria, posto che nei confronti di essa poteva e doveva essere proposta, quale unico rimedio esperibile, l’opposizione di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 51”. In questa fattispecie, infatti, il provvedimento impugnato avanti alla Corte di Appello era stato qualificato dal giudice di primo grado come ordinanza ed il soccombente lo aveva impugnato mediante reclamo alla Corte di Appello sulla base dell’erroneo assunto che avesse natura sostanziale di sentenza, per il solo fatto di aver definito il giudizio con un provvedimento in rito (la declaratoria di improcedibilità per omessa notifica del ricorso introduttivo).

[10] Così Cass., Sez. lav., 9 settembre 2016, n. 17863, al fine di ritenere applicabile al reclamo i “requisiti di forma-contenuto” dell’atto di appello previsti dal novellato art. 434 c.p.c.

[11] Così Cass., Sez. lav., 29 ottobre 2014, n. 23021, la quale ha rilevato che “in ragione della ritenuta possibilità di integrare la disciplina del reclamo con quella dell’appello nel rito del lavoro, trovano conseguentemente applicazione, nel giudizio di cassazione, anche l’art. 348 ter cpc, comma 3, che prevede che, quando è pronunciata l’inammissibilità contro il provvedimento di primo grado, può essere proposto ricorso per cassazione nei limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello, nonché il medesimo art. 348 ter cpc, successivo comma 4, che prevede che, quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al terzo comma può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui all’art. 360, nn. 1, 2, 3 e 4 cpc, (quindi con esclusione del vizio di motivazione di cui al n. 5)”. Cfr. Cass., Sez. lav., 19 novembre 2015, n. 23690. Si v. anche Cass., Sez. lav., 29 novembre 2016, n. 24258 che ha esteso al reclamo la disciplina in materia di appello incidentale tardivo di cui all’art. 436 c.p.c.

[12] Sicuramente non significativo, alla luce dell’equiparazione tra reclamo ed appello cui si faceva cenno nel testo, appare il fatto che, in più parti della pronuncia stessa, il gravame sia definito appello.

[13] In detta pronuncia, la Corte di cassazione ha condiviso l’assunto della Corte Territoriale che aveva “concluso che il giudizio di primo grado si era svolto secondo il rito ordinario” e ne ha desunto che “ex art. 327 cpc, l’appello poteva introdursi con ricorso da depositare nel termine di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza”, nonostante che la sentenza di primo grado fosse stata comunicata alle parti oltre trenta giorni prima del deposito del ricorso stesso.

Sull’applicabilità anche alla sentenza emessa in conformità al rito speciale del termine lungo di cui all’art. 327, comma 1, c.p.c., in tutti i casi nei quali la sentenza conclusiva del grado non sia stata comunicata alle parti, si v. la già citata Cass., Sez. lav., 30 settembre 2016, n. 19552.

[14] Così si esprime la parte conclusiva della motivazione della sentenza in commento.

[15] Così P. Sordi, La Riforma del lavoro, Milano, 2013, 366 -368.

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